Una guerra nella guerra

È ormai usuale che in occasione di flussi migratori, guerre, carestie, calamità di vario genere (compresa l’attuale pandemia) qualche organizzazione pro-choice si mobiliti perché l’accesso all’aborto sia garantito alle donne che emigrano, che sono coinvolte in un conflitto, che fuggono dalla carestia, etc.

Puntualmente è accaduto anche per la guerra in corso tra Russia e Ucraina. 69 tra associazioni e organizzazioni filoabortiste – molte con sede in Polonia, Moldova, Ungheria, Slovacchia, Ucraina, Romania ed alcune di carattere internazionale come Amnesty International, International Planned Parenthood Federation e Center for Reproductive Rights – hanno pubblicato una “Chiamata all’azione. La salute e i diritti sessuali e riproduttivi di donne, ragazze e delle popolazioni emarginate colpite dal conflitto in Ucraina”, chiedendo sostanzialmente all’Unione Europea e a tutti i governi in qualche modo coinvolti nel conflitto di garantire l’accesso all’aborto libero, soprattutto praticato tramite l’uso delle pillole abortive, e alla contraccezione per le donne ucraine che sono rimaste nel loro Paese e soprattutto per quelle che lo hanno dovuto lasciare. È evidente che la guerra in Ucraina è usata strumentalmente per incentivare ancor più l’aborto dato che le donne ucraine hanno bisogno di tutto fuorché di trovare chi le aiuti ad abortire, essendo invece fortemente preoccupate delle bombe che stanno uccidendo i loro bambini.

Vediamo più nel dettaglio cosa prevede questo documento che vuole spargere morte laddove c’è già in abbondanza. In primis c’è da sottolineare l’ipocrisia degli estensori del testo i quali fanno presente che moltissimi bambini hanno trovato la morte in questa guerra. Dispiaciuti quindi per la morte dei più piccoli e nello stesso tempo ansiosi di ucciderne altri con l’aborto. Ma proseguiamo. La “Chiamata all’azione” mette in evidenza che la guerra ha distrutto alcuni ospedali e più in generale sta mettendo sotto forte stress tutto il sistema sanitario ucraino: da qui l’apprensione che le donne non possano più abortire. 

Più avanti possiamo leggere: «La guerra sta aumentando rapidamente il rischio di violenza di genere in Ucraina, tra cui violenza sessuale, e sta esacerbando i rischi di sfruttamento, compreso lo sfruttamento sessuale e il traffico» della prostituzione. Tradotto: più violenza sessuale e più prostituzione uguale più richieste di aborti per gravidanze indesiderate.

Ma il cuore di questa lettera aperta è un altro. La maggior parte dei firmatari provengono da quei Paesi che sono interessati dai flussi migratori provocati dal conflitto: Polonia, Moldova, Ungheria, Slovacchia, Romania. In questi stati alcune discipline normative sull’aborto sono più morbide rispetto alle leggi di altri stati europei. Ecco allora che le associazioni filo-abortiste di cui sopra hanno preso la palla al balzo della guerra in Ucraina per tentare di liberalizzare ancor di più l’accesso all’aborto nei loro Paesi. Dunque la proposta è drammaticamente semplice: permettiamo alle donne ucraine che si rifugiano nei nostri territori di abortire secondo gli standard medi europei.

I firmatari all’appello, quindi, così scrivono: «In Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia una serie di leggi e di politiche preesistenti pongono alcune restrizioni sul SRHR [aborto e contraccezione] […]. In particolare, questi vincoli stanno minando l’accesso alla contraccezione di emergenza [pillole che possono esplicare anche effetti abortivi oltre che contraccettivi] e altri metodi contraccettivi, alla cura per l’aborto, compreso l’aborto medico». Da qui una serie di proposte rivolte ai singoli governi, all’UE e alla comunità internazionale, tra cui ricordiamo solo: l’invio in questi Paesi di kit abortivi e contraccettivi, comprendendo anche le pillole abortive; «verificare che non venga fornita assistenza finanziaria alle organizzazioni e agli attori antiSRHR e anti-uguaglianza in Ungheria, Moldova, Polonia, Romania, Slovacchia o Ucraina», ossia ostacolare le attività delle associazioni pro-life in quei Paesi in cui vengono accolte le donne ucraine e in Ucraina stessa.

Infine gli estensori dell’appello esortano «i governi di Ungheria, Moldova, Polonia, Romania e Slovacchia a garantire che la contraccezione di emergenza possa essere fornita senza prescrizione medica, gratuitamente e senza indugio a tutte coloro che fuggono dall’Ucraina, anche modificando le politiche nazionali sulla contraccezione di emergenza in linea con le politiche internazionali, con le migliori pratiche regionali e i migliori orientamenti dell’UE». Inoltre, questi Stati dovrebbero «garantire che l’aborto medico all’inizio della gravidanza sia legale e accessibile a tutti coloro che fuggono dall’Ucraina, anche rimuovendo gli ostacoli all’assistenza all’aborto e allineando le politiche nazionali sull’aborto con le linee guida dell’OMS». 

Infine la “Chiamata all’azione” chiede a questi Paesi di perseguire penalmente tutti coloro che ostacolano l’accesso all’aborto delle donne ucraine rifugiate. C’è infatti da aggiungere un particolare agghiacciante: durante le crisi umanitarie le associazioni abortiste spesso si mobilitano per inviare sul campo – in questo caso in Ucraina e nei Paesi che accolgono i rifugiati – il loro personale con la scusa che si vuole offrire assistenza medica. In queste situazioni così emergenziali il controllo dello stato è fisiologicamente meno severo, meno stringente. Detto in altri termini, risulta quasi impossibile controllare cosa avviene in tutte le tende da campo medico piantate in Ucraina o nei centri di accoglienza sparsi negli altri Paesi confinanti con l’Ucraina. Lì, in quella situazione di grande confusione, è più facile per gli operatori medici praticare aborti e soprattutto regalare pillole abortive. Laddove fiorisce l’illecito c’è dunque la preoccupazione di tutelare chi delinque: ecco il monito di perseguire penalmente chi, per paradosso, vuole impedire aborti ritenuti illegali in certi Paesi.

Tornando al nocciolo di questo appello pro-aborto, le 69 associazioni sopra citate vogliono prevaricare la sovranità nazionale su tematiche così rilevanti imponendo loro, senza alcuna autorità, pratiche ritenute illegali in quei Paesi prima menzionati. Da notare l’insistenza sull’aborto chimico, cioè quello praticato tramite l’uso di pilloline varie, sia perché è quello che sopporta maggiori vincoli legali in questi Paesi, sia perché è la metodica più facile da diffondere.

In conclusione, come prima accennato, la guerra in Ucraina non c’entra nulla con queste richieste, ma risulta un ghiotto pretesto per tentare di scardinare alcune politiche pro-life che da qualche anno stanno fiorendo in quei Paesi messi all’indice da Amnesty International e Planned Parenthood. Una guerra nella guerra per uccidere ancor più bambini.

Fonte: Corrispondenza Romana

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