Seveso, il grimaldello per la 194

Il cosiddetto “disastro di Seveso” inizia il 10 luglio 1976 a Meda, presso la fabbrica dell’Icmesa, industria chimica attiva fin dagli anni Cinquanta. Una reazione incontrollata all’interno di uno dei reparti raggiunge una temperatura oltre i limiti di sicurezza, provocando l’apertura di uno sfiato che, se da un lato evita l’esplosione del reattore, dall’altro fa fuoriuscire una gigantesca nube contenente diverse sostanze tossiche, in maggioranza diossina, che si sparge intorno a Meda. I centri più colpiti sono Seveso e Cesano Maderno. Questo incidente avrà due conseguenze principali a livello legislativo: la Direttiva Seveso, inerente alle industrie che utilizzano sostanze chimiche pericolose, e la legge 194. L’incidente di Seveso è stato il grimaldello per portare avanti il cosiddetto “diritto all’aborto” in Italia, per rendere legale l’omicidio dei più innocenti.

Ma andiamo con ordine.

Immediatamente dopo la fuoriuscita della diossina, la situazione è decisamente complicata. Gli abitanti della zona (in particolare i bambini) iniziano a sviluppare piaghe sulla pelle, dovute alla presenza di soda caustica nella nube. Gli animali e le piante della zona muoiono. Le istituzioni tentennano sul da farsi, a causa delle scarse informazioni sulla tossicità della diossina. La paura regna sovrana. E in questa situazione una certa parte politica (in primis il Partito Radicale) vede l’occasione da sfruttare per promuovere l’aborto. Come? È semplice: cavalcando la paura che nascano bambini deformi a causa del contatto con la diossina. Ma, con dinamiche che si ripropongono ancora oggi, si arriva a “un dibattito altamente polarizzato e il più delle volte dettato da posizioni ideologiche e senza basi medico-scientifiche” [1]Infatti, come già accennato prima, le informazioni sulle conseguenze a livello tossicologico della diossina erano scarse, specialmente sugli esseri umani. Si sapeva che era tossica, grazie ad alcuni test sugli animali, ma era difficile capire la tossicità sugli esseri umani, non essendoci studi in merito. La prudenza sarebbe stata d’obbligo prima di giungere a qualsiasi conclusione. Ma la propaganda pro-aborto piega la scienza a proprio piacimento, arrivando a un paradosso: “da una lato si sa poco o nulla della diossina, dall’altro è ritenuta una causa sufficiente per ricorrere all’aborto eugenetico” [2]I media contribuiscono a estremizzare il dibattito, appoggiando in maniera plateale le femministe. “La Stampa” arriva a proporre l’aborto obbligatorio per tutte le gestanti di Seveso. E la macchina dell’aborto comincia a muoversi, nonostante si cerchi di rassicurare e di informare le future mamme. “Tutti i testimoni concordano sulla presenza di pullman provenienti da fuori, carichi di femministe e di giovani del Movimento studentesco pronti a sfruttare la questione diossina per altri scopi. Con il ruolo ancora una volta decisivo dei mezzi di comunicazione. […] Circolavano percentuali messe lì così, che terrorizzavano la gente. La stampa cavalcò indubbiamente una battaglia ideologica, e a partire da singoli casi pietosi (che la Chiesa trattava con misericordia) costruì ad arte la propria teoria inoppugnabile” [3].

Il consultorio istituito per aiutare le donne di Seveso è gestito in maniera decisamente poco neutrale, come riporta una testimone dell’epoca: “Scrivere in rosso col pennarello in fondo a un foglio bianco RISCHIO a caratteri cubitali, non era certo un modo corretto per far decidere davvero liberamente le donne” [4].

L’11 agosto il presidente del Consiglio Giulio Andreotti afferma che a Seveso si può applicare la sentenza della Corte Costituzionale n. 27 del 19 febbraio 1975 che, per la prima volta, depenalizzava l’aborto per una presunta “tutela della salute” della donna. E così gli aborti hanno inizio. Ma dei “mostri in pancia” profetizzati dalle femministe non c’è traccia:

“Quali e quante malformazioni riconducibili alla sostanza tossica ci sono state? Si parlava del 50%, dunque almeno un feto su due avrebbe dovuto essere gravemente malformato. Deve essere sicuramente così. E poi quei cartelli con il “mostro in pancia” così convincenti, inconfutabili, accompagnati da slogan, urla, minacce, inni alla libertà della donna. Libera, finalmente libera di non mettere al mondo un “disgraziato”, infelice per tutta la vita. Certo, deve essere così: per la scienza, per la medicina, per il progresso, per la donna. Per tutto questo. Altrimenti? No, impossibile. Impensabile. Certamente deve essere così: uno su due. Almeno uno su due. Per forza. È ovvio. Ebbene? Che dicono i risultati? Una cosa semplicissima: tutto normale. TuttoNonostante la sicurezza ostentata da molti, non c’era nessun “mostro in pancia”. Una quarantina di feti vengono esaminati minuziosamente ma di danni non c’è traccia. La notizia, quando appare sui giornali, viene liquidata con uno scarno trafiletto”. [5]

Va evidenziata la disonestà intellettuale di certi personaggi, disposti a mentire spudoratamente, a ingannare pur di imporre la loro idea. E mentire e usare la forza sono gli unici mezzi per far passare certe idee, che altrimenti sarebbero giustamente ignorate o denigrate. E questo deve far riflettere sui mezzi usati per far accettare determinati concetti normalmente considerati inaccettabili. “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”. Si usa l’inganno. E sappiamo bene chi è il Principe della menzogna.

In questa situazione, la Chiesa non sta con le mani in mano, ma è vicina ai cittadini. Il cardinale Tettamanzi si espone in prima persona a difesa della vita, e fioriscono associazioni di sacerdoti e laici che aiutano e informano la popolazione. L’evidenza che emerge è che “la posizione misericordiosa della Chiesa, in quelle drammatiche circostanze, è stata la più ragionevole. L’unica in grado di tenere conto di tutti i fattori”. [6]

La vicenda di Seveso, tra i tanti spunti che suggerisce, ne evidenzia uno in particolare: che chi è dalla parte della Verità non ha bisogno di imporre le proprie idee con la forza, perché è la Verità stessa che si manifesta nella realtà concreta. Basta cogliere i segni, e accettarli. Non voler piegare la realtà alla propria ideologia. E che non bisogna scendere neanche al minimo compromesso con il male, perché ogni centimetro di terreno che si concede, è perduto per sempre.

Fonte: Universitari per la Vita

Riferimenti

  1. Robbe F., Seveso 1976 – Oltre la diossina, Itaca, p. 57
  2. Ibidem, pp. 58 – 59
  3. Ibidem, p. 63
  4. Ibidem, p. 57
  5. Ibidem, p. 63
  6. Ibidem, p. 64

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