Planned Parenthood, verità sul traffico di feti

Si aggiungono due nuovi episodi alla vicenda che ruota attorno al traffico di organi e tessuti di bambini abortiti, con al centro la National Abortion Federation e la Planned Parenthood. Per una volta, si tratta di due fatti positivi, diretti ad approfondire uno scandalo che i responsabili stanno cercando in ogni modo di coprire, perseguitando con l’aiuto di giudici compiacenti coloro che lo hanno portato alla luce.

Il primo fatto riguarda la richiesta avanzata il 7 settembre dai procuratori generali di venti Stati federali (su iniziativa del procuratore dell’Arizona, Mark Brnovich), che hanno scritto alla Corte Suprema per chiedere di consentire la pubblicazione dei video dello scandalo, rimossi da Internet in seguito all’ordine del giudice William Orrick, il quale ha stretti legami con il business dell’aborto. In quei video, girati di nascosto tra il 2014 e il 2015 dagli attivisti pro life David Daleiden e Sandra Merritt, si vedono manager della Planned Parenthood discutere di vendita di tessuti e organi fetali e di altre pratiche disumane e illegali come gli aborti a nascita parziale. Adesso quei venti procuratori, tutti appartenenti al Partito Repubblicano, chiedono appunto di togliere il divieto di pubblicazione in quanto “ostacola  la possibilità di far rispettare la legge” e con essa la capacità di usare informazioni fondamentali “per investigare su possibili illeciti civili o penali”. In attesa di sapere cosa deciderà la Corte Suprema, quel divieto di divulgazione stabilito nei primi gradi di giudizio è una dimostrazione lampante del potere del sistema abortista, che con la sua rete di influenze riesce a far volgere a suo favore perfino una vicenda raccapricciante come questa.

Basti pensare che il giudice Orrick, del cui conflitto di interessi abbiamo detto, ha negato che in quei filmati vi fossero condotte criminali. E nell’ordinare il divieto – richiesto proprio dalla National Abortion Federation – è arrivato a dire che Daleiden aveva rinunciato ai suoi diritti sulla libertà di espressione, garantiti dal Primo Emendamento, nel momento in cui aveva sottoscritto l’accordo di non divulgazione che la Naf domanda di firmare ai partecipanti alle sue riunioni. Una motivazione che suona ridicola, visto che senza quella firma Daleiden non avrebbe potuto partecipare agli incontri, dai quali sono emersi illeciti penali dall’evidente interesse pubblico. Se poi l’industria degli aborti non ha nulla da nascondere, perché tanta premura nell’impedire che venga divulgato quanto detto nel corso delle sue riunioni?

Va ricordato inoltre che l’ordine emesso da Orrick è stato sostenuto dal Nono circuito della Corte d’appello, uno dei più progressisti e influenti degli Stati Uniti, che non ha nemmeno eseguito un esame completo del caso, come invece è richiesto quando sono in gioco le libertà tutelate dal Primo Emendamento. A inizio agosto Daleiden ha fatto ricorso contro la decisione del Nono circuito, ma la sua rimane una battaglia non semplice. “L’industria dell’aborto si è scagliata contro David Daleiden per una ragione: proteggere la reputazione che ha accuratamente coltivato in quattro decenni di inganno pubblico”, ha detto Alexandra Snyder, direttore esecutivo di Life Legal Defense Foundation (Lldf), che sta difendendo Daleiden in due differenti cause. La Lldf ha anche affermato che non era mai successo che una corte d’appello federale appoggiasse un obbligo di non pubblicazione fondato su un accordo tra le parti meramente formale, pensato per nascondere informazioni di interesse pubblico.


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Quasi nelle stesse ore della richiesta dei venti procuratori generali a favore della pubblicazione dei filmati, diciotto parlamentari – anch’essi tutti repubblicani – hanno scritto una lettera al ministro della Giustizia, Jeff Sessions, per chiedere che il suo dipartimento dia seguito all’indagine compiuta dal Select Investigative Panel on Infant Lives, che a fine dicembre 2016 aveva pubblicato un ampio report con una serie di accuse nei confronti di un’affiliata della Planned Parenthood, di università e di aziende del biotech, coinvolte nella compravendita di organi e tessuti fetali. Dorinda Bordlee, cofondatrice dell’organizzazione pro life Bioethics Defense Fund, ha fatto notare che non è casuale che vari gruppi con interessi nell’aborto stiano sfidando una misura passata nel 2016 in Louisiana che vieta il traffico di parti fetali. Un traffico che gli abortisti chiamano sfacciatamente “ricerca”. Come obietta a ragione la Bordlee, “è immorale ed illegale che i fornitori di aborti inducano donne in gravidanza, ancora indecise, a firmare moduli di consenso per permettere che i tessuti dei loro bambini abortiti vengano usati per la ricerca. Questo equivale a una coercitiva e falsa scienza, che sfrutta le donne e i bambini non nati”.

 

lanuovabq.it


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