Il Belgio punta a criminalizzare i pro-life

Aborto - Belgio

La revisione della legge per depenalizzare l’aborto propone di incriminare chiunque provi «in qualsiasi modo» a dissuadere una donna dal sopprimere suo figlio.

Ancora una volta il Belgio si trova a discutere di aborto, di come depenalizzarlo ulteriormente ma soprattutto di come penalizzare chiunque sia d’intralcio alla soppressione di un bambino. Non è un’idea nuova: sono anni che in Francia chi cerca di «dissuadere una donna dall’abortire», anche solo pubblicando su internet informazioni sulle alternative all’interruzione di gravidanza, può incorrere in una sanzione fino a due anni di carcere e 30 mila euro di multa.

Abortire senza pensieri fino a 18 settimane

Si chiama “reato di intralcio all’aborto” e in Belgio – dove circa un anno fa la commissione Giustizia della Camera ha accolto la proposta di cancellare il reato di aborto dal codice penale – è entrato a far parte di un progetto di revisione della normativa che, tra le altre cose, prevede l’estensione della possibilità di interrompere le gravidanze fino alla 18esima settimana, nonché di ridurre il periodo di riflessione obbligatoria da 6 giorni a 48 ore.

Multe e carcere per i pro-life

Chi non è d’accordo con la liberalizzazione o banalizzazione dell’aborto, o meglio, chi «provi ad impedire fisicamente o in qualsiasi modo a una donna di accedere a una struttura sanitaria che pratica l’interruzione volontaria di gravidanza», rischia da 3 mesi a 1 anno di carcere e una multa da 100 a 500 euro.


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Punito il volantinaggio e le “pressioni”

Ma cosa significa provare a impedire «in qualsiasi modo» un’interruzione di gravidanza? Giuridicamente nulla; nulla infatti in questo enunciato consentirebbe di sapere con precisione che cosa costituirebbe un ostacolo all’aborto e dunque chi potrebbe venire incriminato. “Non c’è crimine senza legge”, hanno dunque obiettato alcuni parlamentari riferendosi a un principio cardine dell’ordinamento penale.

Tuttavia i promotori dell’emendamento hanno stilato una serie di esempi: tra le altre cose, costituirebbe reato «distribuire all’ingresso delle cliniche volantini contenenti rappresentazioni esagerate, grottesche o non conformi alla realtà dell’aborto», «diffondere false notizie che gettino discredito su medici o cliniche abortiste», «fare pressioni o minacciare una donna che vuole abortire», «conservare indirizzi di cliniche per l’aborto», «rifiutarsi, se obiettori di coscienza, di indirizzare le donne a un altro medico o istituto disponibile».

E se un padre volesse il bambino?

Inutile dire – come ha ben sottolineato l’Institut Européen de Bioéthique – che tali esemplificazioni sono del tutto inutili a chiarire a chi e a che cosa si riferisca la clausola di intralcio. Per di più sono divieti difficili da conciliare con la libertà di espressione e di coscienza. Sarebbe perseguibile il partner di una donna che volesse tenere il bambino? Il suo desiderio potrebbe essere considerato alla stregua di una pressione o minaccia, e quindi un intralcio all’aborto punibile dalla legge? Chi decide quali rappresentazioni siano “conformi” alla realtà delle interruzioni di gravidanza? E chi stabilisce se ci sia o meno un intento criminale dietro alla conservazione di indirizzi di cliniche per l’aborto o alla manifestazione del proprio dissenso a mezzo volantino o raccontando la propria esperienza personale? Per i sostenitori del reato di intralcio la risposta è semplice: sarà il giudice a decidere.


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Medici sotto scacco

L’unica cosa certa e giuridicamente indiscutibile che emerge dalla proposta è l’enorme squilibrio tra la volontà da un lato di depenalizzare gli aborti illegali, dall’altro di criminalizzare chiunque si opponga «in qualsiasi modo» agli aborti stessi. La stessa logica che, minacciando sanzioni, imporrebbe ai medici da una parte di adempiere alla realizzazione dell’interruzione di gravidanza a prescindere dall’obiezione di coscienza, dall’altra impedirebbe loro di informare la donna dell’esistenza di strade alternative all’aborto.

Libertà di pensiero a caro prezzo

Nei prossimi giorni è atteso il parere del Consiglio di Stato. Se seguirà la lezione francese, anche il Belgio potrà dirsi il paese in cui essere contrari alla soppressione di un bambino è un’opinione che chiunque può esprimere liberamente. Purché, naturalmente, ne paghi poi il prezzo in qualsiasi modo.

FONTE: Caterina Giojelli, Tempi.it, 25 Febbraio 2020


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