Fatevene una ragione, in Italia l’aborto è un diritto (purtroppo)

In casa cattolica si è diffusa una versione “giustificazionista” della legge 194: secondo costoro si limiterebbe a non punire l’aborto, ma senza affermarlo come un diritto. Invece è proprio questa la mens di una legge che resta pertanto indifendibile: non tollera il male, ma lo presenta come un bene.

L’influencer Chiara Ferragni e il Presidente della Pontificia Accademia per la Vita Mons. Vincenzo Paglia hanno contribuito, seppur in diverso modo, ad accendere i riflettori per qualche giorno sul tema dell’aborto e su quello della legge 194.

Qualche anima bella anche in casa cattolica ha riproposto un classico cavallo di battaglia del pensiero deviato pro-life: la 194 non attribuisce alla donna nessun diritto di abortire. L’aborto, secondo la 194, sarebbe un reato non punibile laddove si verificassero le condizioni indicate dall’articolato di legge, così come avviene in Germania. Insomma, la 194 non sarebbe alla fine una cattiva legge che permette di abortire, ma una buona legge che tollera l’aborto ed evita di punire la donna perché sempre vittima, come il suo bambino. Questa pietistica narrativa è erronea e ne avevamo già parlato a suo tempo.

Per la 194 l’aborto è un diritto. Tre sono almeno le motivazioni di carattere giuridico che ci permettono di affermarlo. La prima: l’azienda ospedaliera e quindi in subordine il medico sono tenuti a praticare l’aborto laddove richiesto. Che il medico abbia un dovere di fornire l’aborto è provato dal fatto che quest’ultimo può ricorrere all’obiezione di coscienza per astenersi dal praticare aborti. Se non ci fosse un obbligo, non avrebbe avuto senso inserire l’istituto dell’obiezione di coscienza nel testo di legge. E se dunque esiste un dovere di praticare l’aborto vuol dire che in capo alla donna esiste il corrispettivo diritto di chiedere l’aborto. Se c’è un dovere vuol dire che da qualche parte c’è un corrispettivo diritto. Predicare il primo senza il secondo sarebbe irragionevole. Oppure e a rovescio: se non ci fosse un diritto di abortire perché parlare di dovere di fornire l’aborto?

Secondo motivo per cui possiamo affermare che secondo la legge 194 abortire è un diritto. Ampia giurisprudenza ha riconosciuto da tempo il risarcimento in sede civile per nascita non desiderata. Detto in altri termini, il bambino nasce con qualche malformazione o patologia. Ormai è troppo tardi per ucciderlo, però i genitori si rivolgono al giudice per chiedere i danni per nascita non voluta: se avessero saputo che il loro bambino non era perfetto, avrebbero preferito abortire, scelta resa impossibile dal fatto che non avevamo in mano le informazioni esatte per conoscere lo stato di salute del nascituro. Laddove il risarcimento è stato accordato, tale diritto si poggia sul diritto della donna di conoscere lo stato di salute del feto. Questo diritto a sua volta si fonda sul diritto di scegliere se portare avanti la gravidanza (ecco un’espressione del neo diritto alla genitorialità) oppure se abortire. Quindi il diritto frustrato di essere informata sulle condizioni di salute del feto si fonda sul diritto di abortire, quando si chiede il risarcimento danni per nascita non voluta. Se non esistesse il diritto ad abortire verrebbe meno anche il diritto al risarcimento: solo un diritto non rispettato può permettere di chiedere i danni.

Terzo motivo: sono i giudici a più riprese nelle loro sentenze che si riferiscono all’aborto come un diritto. Questo poi, volendo guardare oltre la 194, è la tendenza prevalente in Europa dove, ad esempio, in Francia e nel Regno Unito si stanno studiando progetti di legge per dichiarare l’aborto diritto fondamentale. Lo stesso Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che procede in questa direzione.

Non è quindi corretto interpretare la pratica abortiva così come disciplinata dalla 194 come un reato non imputabile per alcune cause di giustificazione, anche perché il reato di aborto è stato formalmente abrogato. Come si potrebbe, allora, parlare ancora di reato di aborto? Vero è che nella 194 vi sono alcune sanzioni, ma non riguardano l’aborto in quanto tale, bensì alcune procedure connesse all’aborto. Ossia abortire è un diritto ma solo se segui alcune procedure il cui mancato rispetto fa scattare una pena.

In conclusione, perché tanta insistenza nel negare che per la 194 abortire sia un diritto? Perché, come accennato sopra, si vuole far passare anche in casa cattolica il concetto che la 194 alla fine è una buona legge e come tale è recuperabile. Addirittura potrebbe dare buoni frutti se provassimo a spremere da essa il meglio. Ma la ratio della 194 – ossia il suo Dna, il suo fine principale, il suo succo – è tanto immutabile quanto chiara: tu donna hai il pieno diritto di uccidere tuo figlio.

Fonte: Tommaso Scandroglio per La Nuova Bussola Quotidiana