Aborto casalingo, i vescovi scozzesi denunciano l’ideologia

Aborto casalingo

Anche in Scozia, in tempo di Covid, prevista la spedizione di pillole per abortire a casa. Protesta la Conferenza episcopale: si banalizza ancora di più la soppressione dei nascituri e aumentano i rischi, fisici e psichici, per le donne. Dunque, «una questione di ideologia», che smaschera le menzogne usate per decenni dalla propaganda abortista.

La grande barbarie escogitata in tempo di Coronavirus, l’aborto casalingo, è una questione di «ideologia» e non certo di preoccupazione per la salute delle donne. Lo scrive senza mezzi termini il vescovo di Aberdeen, Hugh Gilbert, benedettino e presidente della Conferenza episcopale scozzese, in una lettera rivolta al ministro della Sanità, Jeane Freeman, denunciando la misura abortista introdotta dal Governo scozzese.

L’idea di spedire via posta – dopo un semplice consulto per telefono o video – le pillole necessarie all’uccisione dei bambini e alla loro espulsione dal grembo materno, oltre a far rabbrividire, smaschera in un colpo solo tutta la propaganda usata ovunque per decenni dai gruppi pro aborto. Se prima, infatti, si faceva leva sull’argomento dei pericoli dell’aborto clandestino, oggi, ottenuta la legalizzazione, ecco che quei pericoli scompaiono dall’orizzonte e la donna può tranquillamente abortire priva di assistenza medica e in solitudine. In condizioni che minano, ancor più di quanto già avveniva in concreto, l’altro grande pretesto: la “libertà di scelta” (sulla vita di un altro essere umano).

Queste e altre contraddizioni sono state messe a nudo da monsignor Gilbert, che nella sua lettera ha chiesto: «Le donne ricevono informazioni su tutte le opzioni disponibili, compresi i dettagli delle organizzazioni che possono offrire sostegno sia alla madre che al bambino? Viene dato tempo sufficiente all’assistenza durante la consultazione e per esplorare il potenziale impatto fisico e psicologico dell’aborto sulle donne sia a breve che a lungo termine?».


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Il presidente dei vescovi scozzesi ha quindi spiegato che spedire per posta le pillole abortive banalizza ulteriormente una procedura drammatica e che «cambia la vita» (in peggio, sottinteso). Gilbert ha anche ricordato che l’aborto farmacologico non solo mette fine alla vita di un bambino ma comporta rischi di grave sanguinamento, sepsi e altre complicazioni per le donne. E non ci sono solo le possibili conseguenze fisiche. «È difficile immaginare come affrontare in un contesto online le meno tangibili, ma comunque reali, complicazioni psicologiche e mentali a lungo termine». Tanto più che «le donne vulnerabili», in certi contesti domestici, «sono particolarmente a rischio». E non si può nemmeno escludere che vengano forzate all’aborto, circostanza che senza contatto diretto – evidenzia ancora monsignor Gilbert – è ancora più difficile da constatare e prevenire.

Di qui la considerazione: «Credo che sia profondamente deprimente che nel mezzo di questa pandemia globale senza precedenti, quando le risorse di quasi tutti i governi sono dirottate verso la preservazione della vita, in particolare le vite dei deboli e dei vulnerabili, il Governo scozzese continua ad agire per porre fine alle vite dei membri più deboli e vulnerabili della società, i nascituri». Prosegue il vescovo di Aberdeen: «È più che scoraggiante che il Governo scozzese ritenga opportuno promuovere “l’aborto a casa” come se questa fosse una cosa banale equivalente a prendere qualsiasi altro farmaco a casa. Una posizione come questa sembra essere più una questione di ideologia che di preoccupazione sincera e obiettiva per il benessere delle donne».

Ahinoi, va ricordato che purtroppo l’aborto casalingo in tempo di Covid-19 non riguarda la sola Scozia o il resto del Regno Unito, bensì è caldeggiato nientemeno che dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Ad ogni modo, la bella lettera della Conferenza episcopale scozzese è stata ben accolta dalla Spuc, organizzazione pro vita che sta pensando a un’azione legale per contrastare la politica dell’aborto casalingo.


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Sempre dal Regno Unito, stavolta dall’Inghilterra, emerge un altro esempio di cultura della morte. Un giudice, Gwynneth Knowles, ha ordinato di inserire un mezzo contraccettivo permanente nel corpo di una donna con difficoltà di apprendimento. La decisione è stata presa contro la volontà della donna, oggi incinta e alla cui custodia sono già stati sottratti dei figli: «È il mio corpo ed è la mia vita», aveva detto la giovane in tribunale. Aveva perfino dato il suo assenso a iniezioni contraccettive trimestrali, ma chiarendo di non voler impiantato nulla nel suo corpo.

Niente da fare, l’ordine della contraccezione forzata, e pure invasiva, è arrivato lo stesso. Un ordine che in casi del genere, come i lettori sanno, sta sempre più diventando una prassi nel Regno Unito. Confermando quanto siano ingannevoli le “libertà” che stanno alla base della cultura (mondialista) di cui sopra. A proposito di corpo, com’era lo slogan?

FONTE: Ermes Dovico, La nuova Bussola Quotidiana, 26 Aprile 2020


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